11/12/2017
QUANTI DENTISTI ESERCITANO IN ITALIA ?
Gli studi dentistici di piccola e di media dimensione rappresentano i tre quarti del
settore, gli abilitati all’esercizio dell’odontoiatria sono 59.323 (dato
FNOMCeO del maggio 2014), distribuiti in misura diseguale sul territorio
nazionale (con un rapporto medio: Population to Dentists Ratio- PDR) di un
odontoiatra ogni 1.019 abitanti, mentre lo standard internazionale prevede un
rapporto ottimale in 1: 2.000.
Dall’anno 2000 al 2010, l’Italia risulta aver avuto un eccezionale incremento
di dentisti pari al 70,5%, secondo solo al Portogallo con 83,4%. Attualmente la
media è di oltre 800 neolaureati ogni anno in Italia, ai quali si deve aggiungere
un numero imprecisato di neo-laureati in Paesi Europei, quali Spagna,
Ungheria Romania. Secondo l’Agenzia delle Entrate nel 2010 sono stati
censiti 41.327 studi odontoiatrici e quindi un numero medio di esercenti per
studio pari a 1,4 unità. Conseguentemente si deduce che il 70% degli studi è di
piccola e media dimensione. Il numero di pazienti per studio è, evidentemente,
più alto del numero di pazienti per dentisti (PDR) e più veritiero in termini
commerciali.
Secondo l’Agenzia delle Entrate i dentisti sono i secondi contribuenti tra i
professionisti per valore di fatturato. Il fatturato complessivo ammonta a oltre
6 miliardi di euro.
Molti pensano che ci siano difficoltà perché “la gente è senza soldi” e “ci sono
troppi dentisti”, la cosiddetta “pletora”. E’ vero che la riduzione di potere di
acquisto portata dalla crisi, aumenterà il divario fra necessità terapeutiche e
possibilità di spendere per le stesse: per i dentisti queste situazioni non sono
novità, perché hanno da sempre affrontato le richieste dei pazienti modulando
le proposte e gestendo pagamenti dilazionati. E’ anche vero che non tutti
“sentono” la crisi allo stesso modo e che, in ogni caso, non si potrà risolvere
questa situazione abbassando i prezzi senza prima sapere quanto costa
realmente eseguire le prestazioni, perché qualora si lavorasse in perdita il
fallimento sarebbe assicurato.
I dati Istat mostrano che, nelle regioni dove ci sono più dentisti, è più alto il
numero dei cittadini che accedono alle cure e più elevata è la loro spesa media
a livello di nucleo familiare e quindi anche complessiva. Il contrario accade
invece nelle regioni dove per ogni dentista c’è un più alto numero di residenti.
La concentrazione di dentisti in una zona è il miglior sistema per diffondere di
più l’odontoiatria fra la popolazione, per aumentare l’accesso e la parte di
reddito devoluta alle cure. Il motivo è facilmente comprensibile, ed è l’unico
caso in cui si può parlare in senso proprio di marketing odontoiatrico, e
precisamente in riferimento alla distribuzione del servizio (uno dei quattro
elementi del marketing-mix). Un servizio si acquista di più quando è
distribuito capillarmente. La gente si reca più facilmente dal dentista se lo
trova sotto casa.
E’ lecito pensare che una forte concorrenza fra i professionisti spinge alcuni di
loro a competere sulla qualità della cura e del rapporto, cosa che innalza il
livello medio del servizio offerto in una certa zona, a beneficio della
collettività.
Il vero rischio per i professionisti odontoiatrici sarebbe quello dellla “fuga dei
capitali”, cioè un massiccio ricorso della popolazione a professionisti di altre
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nazioni, magari agevolata dalla maggiore facilità di comunicare tramite
Internet e di spostarsi con voli low-cost, o di trovare prezzi notevolmente più
bassi. Rischio che appare più temuto che reale, dal momento che, tanto per
esemplificare, i dentisti di Croazia, Romania, Slovenia e Ungheria, sommati
dovrebbero essere circa 24000 - il condizionale è d’obbligo, dal momento che
non ho trovato dati più aggiornati di questi, che risalgono al 2008, (fonte
CED-Council of European Dentists) e servono una popolazione complessiva
di circa quarantasei milioni di abitanti. Hanno dunque un PDR (Population to
Dentist Ratio) vicino a quello considerato ottimale dall’OMS, cioè 2000.
Inoltre, il differenziale sulle tariffe, al momento a loro favore, con ogni
probabilità tenderà nel tempo a essere meno pronunciato e il fenomeno già si
coglie osservando su Internet i relativi tariffari.
L’offerta odontoiatrica sembra tuttavia accusare chiaramente la sensazione di
un generalizzato calo di pubblico negli studi, e naturalmente dell’incasso.
Dai “dentisti in crisi” stanno, e non da oggi, defluendo pazienti che cercano
un’offerta migliore: resistono, infatti, alla crisi gli studi mono-professionali e
gli studi associati più qualificati e organizzati, che sono tali perché i loro
titolari hanno da tempo investito nell’aggiornamento culturale, tecnologico,
strutturale e amministrativo. L’impegno di questi professionisti si è tradotto in
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maggiore autorevolezza e affidabilità nel proporre prestazioni nel modo, nel
tempo e al prezzo giusto, e in un’operatività a basso tasso di errori. Sono per
questo riusciti a costruire fiducia e buona reputazione, con le quali si è attivato
un “passa-parola” efficace.
Nel settore odontoiatrico, solo . degli studi determina circa 2/3 del fatturato
dell’intero comparto.