03/01/2026
Arrivato alla stesura dell'ultimo capitolo del mio libro, forse ce la faccio a finirlo...
Pensiero del Borin per il 2026.
Ed eccoci arrivati all’ultimo capitolo di questo libro. Ultimo solo per ordine di stesura, perché lo considero forse il più importante: LA PROTESI.
In realtà, sarebbe più corretto parlarne come riabilitazione protesica, intesa in un’ottica sistemica, con forma e funzione sempre individualizzate.
L’obiettivo è il ripristino di una funzione e di un equilibrio che possono ve**re meno per l’assenza di elementi dentali, per un’occlusione non corretta, per asimmetrie craniche o, in ultima analisi, anche per esigenze estetiche.
Da questo punto di vista, un bite, una protesi fissa su impianti o su pilastri naturali, un piccolo ponte o una riabilitazione completa rappresentano strumenti diversi di uno stesso progetto terapeutico.
Cambia il mezzo, non il principio: è sempre il progetto riabilitativo a guidare la scelta.
La protesi totale rimane, in questo senso, la vera “palestra cerebrale” del protesista, il banco di prova in cui competenze cliniche, sensibilità occlusale ed esperienza si integrano pienamente.
In oltre 56 anni di professione ho assistito alla diffusione di numerose teorie proposte come verità assolute o scientifiche, spesso più recitate in modo dogmatico che realmente spiegate.
Eppure, la riabilitazione protesica non può basarsi su dogmi, questi riguardano una fede, non una professione che richiede responsabilità, spirito critico e pensiero clinico.
Bisogna comprendere – dal latino "comprehendere", “prendere con sé” – significa fare proprio un concetto, integrarlo nella propria esperienza, ma dipende dalle domande che ci poniamo e non dalle risposte, spesso di comodo, che ci vengono fornite.
Un approccio che trova conferma in molti mega congressi, dove il tempo ridotto a disposizione privilegia l’esposizione rapida a discapito della comprensione.
La riabilitazione protesica richiede responsabilità, capacità di analisi e pensiero critico. Ed è solo attraverso la comprensione, non l’adesione cieca a una teoria, che possiamo davvero raggiungere lo "star bene" dei pazienti.