De Luca Ortodonzia

De Luca Ortodonzia La pagina illustra l'attività clinica e di ricerca svolta nel mio studio di ORTODONZIA. Contiene anche informazioni utili per i pazienti.

18/08/2026
SERENDIPITYE’ una parola che usiamo spesso senza sapere da dove viene. Nel 1754 lo scrittore inglese Horace Walpole la c...
08/08/2026

SERENDIPITY
E’ una parola che usiamo spesso senza sapere da dove viene. Nel 1754 lo scrittore inglese Horace Walpole la coniò leggendo una fiaba persiana, arrivata in Europa attraverso un testo pubblicato a Venezia nel 1557: la storia dei tre principi di Serendippo, l'antico nome dello Sri Lanka.
Il re Giaffer educa i suoi tre figli nelle arti più raffinate, poi li manda a vedere il mondo — perché ai libri manca sempre l'esperienza. Diretti verso il regno del potente imperatore Beramo, incontrano lungo la strada un cammelliere disperato, che ha perso il suo ca****lo. Loro, senza averlo mai visto, gli dicono che è cieco da un occhio, che gli manca un dente, che zoppica. Come fanno a saperlo? Erba brucata solo su un lato della strada. Ciuffi d'erba caduti interi tra parti masticate, sfuggiti al morso da un varco tra i denti. Un'orma, ogni quattro, trascinata invece che posata. Nessun indizio, da solo, direbbe granché — insieme, raccontano un animale intero, mai visto.
Il cammelliere, non trovandolo subito, li denuncia come ladri: come potevano sapere tutto questo, se non l'avessero rubato loro? Vengono arrestati e portati davanti a Beramo — prima ancora di essere ammirati.
È lo stesso mestiere che pratichiamo ogni giorno in clinica, e che cerchiamo di insegnare: dedurre l'invisibile dal visibile. Una faccetta d'usura, un'asimmetria appena percettibile, un pattern che non si è ancora manifestato per intero — nessuno di questi segni, da solo, dice molto, laddove insieme, raccontano un caso.
Buona lettura sotto l'ombrellone. E buona sagacia.
P.S.: dimenticavo, quando la vicenda è stata chiarita sono stati subito liberati ed accolti come persone di rilievo alla corte di Beramo.

"Un po' di espansione."È la risposta classica alla domanda “Cosa fareste” quando sottopongo un caso a una platea — quali...
30/07/2026

"Un po' di espansione."
È la risposta classica alla domanda “Cosa fareste” quando sottopongo un caso a una platea — quali che siano, di volta in volta, il caso e la platea. Sembra quasi un riflesso pavloviano, prima ancora che un progetto terapeutico.
Mi ricorda un lontano esame di neurologia cui assistetti: il professore chiese allo studente come si sarebbe comportato davanti ad un paziente con un probabile ictus, non ancora differenziato tra emorragico e trombotico. Lo studente candidamente rispose che avrebbe iniziato con una somministrazione di ossigeno, al che il professore, con perfetto humour britannico, ribatté: "Ottimo. Così si rinfresca le idee."
"Un po' di espansione" è esattamente la stessa risposta. Nella versione riflesso pavloviano non cura il paziente, ma rinfresca le idee — a chi la prescrive.
L'espansione (quella ortopedica) ha infatti senso solo quando coesistono due condizioni precise: il mascellare superiore è stretto rispetto alla mandibola, e in arcata inferiore non c'è carenza di spazio per il prosieguo della permuta. Se manca anche una sola di queste due condizioni — se il superiore non è stretto rispetto all'inferiore, e la carenza di spazio è presente in entrambe le arcate — espandere non serve a nulla. La scelta corretta è un programma di estrazioni seriate, su entrambi i mascellari.
In questi casi, "un po' di espansione" non è terapia. È il modo più elegante per preparare il terreno a un fallimento che si vede arrivare da lontano, traendo nel frattempo un guadagno economico da una non-diagnosi che non può che esitare in un non-trattamento.
Ed è qui che il discorso smette di essere solo clinico. La responsabilità professionale non si esaurisce in ciò che si fa: si misura anche, e forse soprattutto, in ciò che si omette di fare quando si sapeva — o si sarebbe dovuto sapere — cosa fare. Prescrivere un'espansione inutile non è un atto neutro compiuto in buona fede: è un atto che occupa il tempo della diagnosi corretta. È colpa per omissione travestita da terapia.
Il collega si è rinfrescato le idee. Il paziente ha pagato il conto — economico, biologico, di tempo. Mesi, spesso anni, di apparecchiature inutili, fastidi, appuntamenti, crescita scheletrica che nel frattempo continua per conto suo, indifferente alla diagnosi mancata.
Il tempo perduto è un danno. E ha un nome, in ogni ordinamento deontologico che si rispetti.
Situazioni come questa — distinguere quando un protocollo è la risposta giusta da quando è solo ossigeno — sono ciò che affrontiamo nel Master. Non insegniamo un protocollo in più. Insegniamo a riconoscere quando quello che si sta per fare è soltanto tempo perso travestito da terapia.

C'è un punto preciso, lungo la curva dell'apprendimento, in cui si è più pericolosi.È il picco iniziale — quello in cui ...
25/07/2026

C'è un punto preciso, lungo la curva dell'apprendimento, in cui si è più pericolosi.
È il picco iniziale — quello in cui si crede di sapere tutto. In ortodonzia, la maggior parte degli operatori vive proprio in quei pressi: convinta di possedere il protocollo giusto per ogni caso, immobile sulla vetta della propria sicurezza.
Quella curva ha un nome — la chiamano effetto Dunning-Kruger, da due ricercatori che l'hanno descritta con una precisione che pare disegnata apposta per la nostra professione. Ma pochi, tra chi vive sul picco, sanno che esiste, ed è, di per sé, la prova più eloquente di trovarcisi.
Io ho avuto la fortuna di imparare presto che la vetta è un'illusione. Lo devo alla fisiologia — e a un maestro, il professor Infantellina, che a Palermo insegnava non un inventario di funzioni, ma la logica che le tiene insieme: il funzionamento della macchina uomo. Chi capisce come funziona una macchina non ha bisogno di un protocollo per ogni sua avaria: la fisiologia è l'esatto opposto del pensiero per protocolli, perché non elenca risposte, insegna a generarle.
Da quella lezione ho imparato che la vera competenza comincia quando si decide di abbandonare la vetta e si inizia la discesa sull'altro versante, quello della consapevolezza. È il momento urente in cui si scopre quanto non si sa — quella sensazione che Cusano, cinquecento anni fa, chiamò docta ignorantia. Non è resa, bensì il punto più alto della curva, anche se appare come il più basso: perché è lì che cadono la presunzione, la superbia, l'arroganza — e si è finalmente pronti per un nuovo battesimo.
Andrea Pontremoli sostiene che non si può mai essere abbastanza pronti: si è pronti solo per ciò che si è già previsto. Ma si può essere Preparati, concetto completamente differente — è la struttura che resta quando il protocollo finisce e comincia la clinica vera, quella che nessun caso clinico standard ha mai insegnato a nessuno.
Il Master nasce da questa distinzione ed è concepito non per formare operatori pronti, ma clinici preparati.
Ormai il numero degli iscritti è tale che l'Università potrebbe chiudere le iscrizioni in qualsiasi momento.

www.unilink.it/didattica/master/ortognatodonzia-i-edizione

Ho cominciato a occuparmi di ortodonzia nel 1985, alla fine della specializzazione. Il primo corso importante che è segu...
22/07/2026

Ho cominciato a occuparmi di ortodonzia nel 1985, alla fine della specializzazione. Il primo corso importante che è seguito è stato uno di quei classici corsi , molto in voga in quegli anni, in cui ti insegnavano a piegare i fili. Tre incontri da una settimana ciascuno al termine dei quali sapevo piegare i fili con una tale perizia che avrei potuto aprire una bottega di oreficeria, ma non avevo alcuna idea di cosa farne nella bocca dei pazienti.
Negli anni Novanta ho approfondito la biomeccanica — seguendo i migliori esperti mondiali per anni. Sapevo tutto sul movimento dei denti e sui principi di fisica che lo governano, ma ancora non mi era chiaro quali denti muovere, perché, e verso dove.
La svolta è arrivata molti anni dopo quando ho trovato qualcuno che mi trasmise finalmente la parte che mancava — la diagnosi, la pianificazione, il ragionamento clinico che avrebbe dovuto guidare il resto. L'università non me l'aveva dato, i corsi di tecnica nemmeno, i congressi men che meno.
Ho fatto il percorso al contrario: prima i fili, poi la biomeccanica, poi la diagnosi.
Il Master che inizia il 31 ottobre è costruito nell'ordine corretto: prima il ragionamento clinico e solo dopo gli strumenti per applicarlo. Non perché sia l'unico modo, ma perché è quello che mi è costato una vita intera imparare da solo e non voglio che accada ad altri.

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Dal latino *patientia*, da *pati*: patire, sopportare, soffrire. La stessa radice — ed è qui che la lingua ci consegna u...
19/07/2026

Dal latino *patientia*, da *pati*: patire, sopportare, soffrire. La stessa radice — ed è qui che la lingua ci consegna una verità che abbiamo smesso di vedere — di un'altra parola che usiamo cento volte al giorno: *paziente*. Il participio presente *patiens* indica colui che patisce. Il paziente è, alla lettera, chi soffre. La pazienza è la virtù di chi sa stargli accanto condividendone il tempo.

Non è un caso che le due parole coincidano. È un programma.

In ortodonzia, poi, la pazienza non è una qualità del carattere: è una competenza tecnica. La biologia ha tempi propri e non negoziabili. La sutura palatina matura quando decide lei. Il picco di crescita mandibolare arriva quando arriva — e non si anticipa con uno sconto. L'eruzione di un canino incluso si guida, non si comanda. La nostra è forse l'unica disciplina medica in cui il tempo non è una variabile del trattamento: è il trattamento. Intercettare il momento giusto — e riconoscere quello sbagliato — vale quanto qualsiasi biomeccanica.

Per questo la pazienza del clinico non è passività. È vigilanza a bassa frequenza: la capacità di aspettare sapendo esattamente cosa osservare mentre si aspetta. Decidere di non trattare ancora è una decisione clinica a pieno titolo — spesso la più difficile, perché non produce fatture.

E qui la parola mostra il suo lato polemico. Il mercato vende velocità. Sorrisi in sei mesi, trattamenti "smart", tempi dimezzati promessi in prima visita come argomento commerciale. Ma chi promette al paziente l'abolizione dell'attesa gli sta vendendo, insieme all'apparecchio, una bugia — e la biologia presenta sempre il conto: radici che si accorciano, parodonti che cedono, risultati che recidivano.
Chi fa il consulente tecnico per i tribunali lo sa: una parte non piccola del contenzioso non nasce da un errore di esecuzione, ma da un tempo promesso e non mantenuto. La Legge 219/2017 impone di informare il paziente sulle prevedibili conseguenze del trattamento: la durata realistica è tra queste. Il consenso informato è anche, sempre, un consenso al tempo.

C'è infine un'asimmetria che dovrebbe farci riflettere. Pretendiamo pazienza dal paziente — collaborazione, elastici, controlli mensili per anni — mentre l'industria gli promette che aspettare non serve più. Delle due, una.

Saper aspettare, del resto, si può insegnare. È una delle ragioni per cui nel Master in Ortognatodonzia che inauguriamo in autunno con l'Università LINK il tempo biologico non sarà un capitolo: sarà il filo che attraversa tutti gli altri.

Il paziente e la pazienza hanno la stessa radice: patire. Chi promette di abolire l'attesa ha già abolito il paziente.

C'è una domanda che vale la pena farsi prima di intraprendere un percorso formativo impegnativo: cosa porti a casa?Ovvia...
08/07/2026

C'è una domanda che vale la pena farsi prima di intraprendere un percorso formativo impegnativo: cosa porti a casa?
Ovviamente non ci riferiamo al titolo universitario ed al relativo attestato, ma in termini di crescita umana e professionale.

La risposta è: un modo diverso di guardare e affrontare un caso.
Prima di entrare in aula sai già fare molte cose. Dopo, saprai perché le fai — e saprai riconoscere quando non dovresti farle.

È la differenza tra eseguire e ragionare, tra seguire un protocollo e costruire un piano terapeutico, tra un operatore e un clinico.

Porti a casa un metodo diagnostico che non dipende dalla marca dell'apparecchio che usi, dal software che ti vende la soluzione o dal relatore che ti ha convinto all'ultimo congresso.

Porti a casa la capacità di stare davanti a un caso complesso senza cercare il protocollo giusto — perché hai capito che il protocollo giusto, per quel paziente, lo costruisci tu.

Il Master inizia il 31 ottobre. Le iscrizioni sono aperte.
Università LINK, Roma — Segreteria: 06 34006 000�www.unilink.it/didattica/master/ortognatodonzia-i-edizione

EMPATIALetteralmente "sentire dentro" (l'altro), rivivere le emozioni dell'altro, immedesimarsi, ma con la consapevolezz...
04/07/2026

EMPATIA
Letteralmente "sentire dentro" (l'altro), rivivere le emozioni dell'altro, immedesimarsi, ma con la consapevolezza che rimane appunto altro da noi.
Insieme alla capacità di ascolto, è una competenza necessaria per l'esercizio della medicina. Il possederla o meno può, ad esempio, rappresentare una netta cesura tra due oncologi, rendendone uno pessimo e l'altro ottimo.
Non è suggestione, è fisiologia misurabile. La PsicoNeuroEndocrinoImmunologia studia da decenni le interazioni tra mente, sistema nervoso, endocrino e immunitario, e l'empatia clinica vi entra come innesco concreto: quando il paziente percepisce di essere accolto, si attenua l'attivazione dell'asse ipotalamo-ipofisi-surrene e, con essa, la produzione di cortisolo — l'ormone dello stress che, se cronicamente elevato, deprime la risposta immunitaria e rallenta la guarigione dei tessuti.
Il dato più solido in letteratura non viene dall'oncologia, ma da qualcosa di apparentemente banale: il raffreddore comune. Uno studio randomizzato controllato dell'Università del Wisconsin, pubblicato su Family Medicine, ha confrontato pazienti visitati da medici percepiti come più o meno empatici: chi aveva percepito maggiore empatia ha avuto un raffreddore significativamente più breve e meno grave, con variazioni misurabili di un marcatore immunitario nel muco nasale. Non un'impressione soggettiva. Un dato di laboratorio.
Se questo accade per un raffreddore — la patologia più banale che esista — si può intuire quanto possa pesare in trattamenti che durano mesi o anni, fatti di compliance, dolore, ansia da apparecchio, come quelli ortodontici.
L'odontoiatra, e l'ortodontista in particolare, non subisce di certo il carico emotivo dell'oncologo, ma anche i nostri pazienti devono percepire la nostra vicinanza emotiva, per le stesse ricadute fisiologiche appena descritte.
Eppure non è infrequente che i pazienti si lamentino di una scarsa empatia da parte di molti professionisti. In realtà si tratta di una competenza relazionale non innata, ma che va coltivata, perfezionata. Purtroppo questo non rientra nei piani di studio universitari.
In realtà nessuno ci obbliga a colmare quel vuoto. Potremmo limitarci a quello che l'università ci ha dato e fermarci lì — molti lo fanno. Coltivare l'empatia, giorno dopo giorno, sui nostri stessi pazienti, richiede una volontà che l'istituzione non impone e che per molti equivarrebbe semplicemente a perdere tempo: tempo sottratto alla poltrona che, prima si libera, prima è accessibile al paziente successivo in sala d’attesa. �Resta, comunque, l'unica strada disponibile per chi non si accontenta. E chi sceglie di non percorrerla non sta risparmiando tempo; sta scegliendo di considerare il paziente un numero o, nel nostro caso, una malocclusione.

Indirizzo

Via Leonardo Da Vinci 17
Palermo
90144

Orario di apertura

Lunedì 15:00 - 19:00
Martedì 15:00 - 19:00
Mercoledì 15:00 - 19:00
Giovedì 15:00 - 19:00
Venerdì 15:00 - 19:00

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