04/07/2026
EMPATIA
Letteralmente "sentire dentro" (l'altro), rivivere le emozioni dell'altro, immedesimarsi, ma con la consapevolezza che rimane appunto altro da noi.
Insieme alla capacità di ascolto, è una competenza necessaria per l'esercizio della medicina. Il possederla o meno può, ad esempio, rappresentare una netta cesura tra due oncologi, rendendone uno pessimo e l'altro ottimo.
Non è suggestione, è fisiologia misurabile. La PsicoNeuroEndocrinoImmunologia studia da decenni le interazioni tra mente, sistema nervoso, endocrino e immunitario, e l'empatia clinica vi entra come innesco concreto: quando il paziente percepisce di essere accolto, si attenua l'attivazione dell'asse ipotalamo-ipofisi-surrene e, con essa, la produzione di cortisolo — l'ormone dello stress che, se cronicamente elevato, deprime la risposta immunitaria e rallenta la guarigione dei tessuti.
Il dato più solido in letteratura non viene dall'oncologia, ma da qualcosa di apparentemente banale: il raffreddore comune. Uno studio randomizzato controllato dell'Università del Wisconsin, pubblicato su Family Medicine, ha confrontato pazienti visitati da medici percepiti come più o meno empatici: chi aveva percepito maggiore empatia ha avuto un raffreddore significativamente più breve e meno grave, con variazioni misurabili di un marcatore immunitario nel muco nasale. Non un'impressione soggettiva. Un dato di laboratorio.
Se questo accade per un raffreddore — la patologia più banale che esista — si può intuire quanto possa pesare in trattamenti che durano mesi o anni, fatti di compliance, dolore, ansia da apparecchio, come quelli ortodontici.
L'odontoiatra, e l'ortodontista in particolare, non subisce di certo il carico emotivo dell'oncologo, ma anche i nostri pazienti devono percepire la nostra vicinanza emotiva, per le stesse ricadute fisiologiche appena descritte.
Eppure non è infrequente che i pazienti si lamentino di una scarsa empatia da parte di molti professionisti. In realtà si tratta di una competenza relazionale non innata, ma che va coltivata, perfezionata. Purtroppo questo non rientra nei piani di studio universitari.
In realtà nessuno ci obbliga a colmare quel vuoto. Potremmo limitarci a quello che l'università ci ha dato e fermarci lì — molti lo fanno. Coltivare l'empatia, giorno dopo giorno, sui nostri stessi pazienti, richiede una volontà che l'istituzione non impone e che per molti equivarrebbe semplicemente a perdere tempo: tempo sottratto alla poltrona che, prima si libera, prima è accessibile al paziente successivo in sala d’attesa. �Resta, comunque, l'unica strada disponibile per chi non si accontenta. E chi sceglie di non percorrerla non sta risparmiando tempo; sta scegliendo di considerare il paziente un numero o, nel nostro caso, una malocclusione.