The angel from my nightmare.

The angel from my nightmare. Il mio angelo mi fa vivere un incubo: è la mia salvezza che non fa che distruggermi. ©

Quanto è vero...
25/04/2018

Quanto è vero...

“Non ho smesso di pensarti, vorrei tanto dirtelo. Vorrei scriverti che mi piacerebbe tornare, che mi manchi e che ti penso. Ma non ti cerco. Non ti scrivo neppure ciao. Non so come stai. E mi manca saperlo”. “Hai progetti? Hai sorriso oggi? Cos’hai sognato? Esci? Dove

"Ieri mi ha telefonato l'impiegata di una società di recupero crediti, per conto di Sky.Mi dice che risulto morosa dal m...
26/07/2017

"Ieri mi ha telefonato l'impiegata di una società di recupero crediti, per conto di Sky.
Mi dice che risulto morosa dal mese di settembre del 2009.
Mi chiede come mai.
Le dico che dal 4 aprile dello scorso anno ho lasciato la mia casa e non vi ho più fatto ritorno, causa terremoto.
Il decoder Sky giace schiacciato sotto il peso di una parete crollata.
Ammutolisce.
Quindi si scusa e mi dice che farà presente quanto le ho detto a chi di dovere, poi, premurosa, mi chiede se ora, dopo un anno, è tutto a posto.
Mi dice di amare la mia città, ha avuto la fortuna di visitarla un paio di anni fa. Ne è rimasta affascinata. Ricorda in particolare una scalinata in selci che scendeva dal Duomo verso la basilica di Collemaggio, mi sale il groppo alla gola.
Le dico che abitavo proprio lì.
Lei ammutolisce di nuovo, poi mi invita a raccontarle cosa è la mia città oggi.
Ed io lo faccio….
Le racconto del centro militarizzato.
Le racconto che non posso andare a casa mia quando voglio.
Le racconto che, però, i ladri ci vanno indisturbati.
Le racconto dei palazzi lasciati lì a morire.
Le racconto dei soldi che non ci sono, per ricostruire.
E che non ci sono neanche per aiutare noi a sopravvivere.
Le racconto che, dal primo luglio, torneremo a pagare le tasse ed i contributi, anche se non lavoriamo.
Le racconto che pagheremo l'I.C.I. ed i mutui sulle case distrutte e ripartiranno regolarmente i pagamenti dei prestiti.
Anche per chi non ha più nulla!
Che, a luglio, un terremotato con uno stipendio lordo di 2.000 € vedrà in busta paga 734 € di retribuzione netta.
Che non solo torneremo a pagare le tasse, ma restituiremo subito tutte quelle non pagate dal 6 aprile ad oggi.
Che lo stato non versa nulla ai “cittadini senza casa” (quelli che si gestiscono da soli) e che sono ben ventisettemila, a loro neanche quel piccolo contributo di 200 € mensili che dovrebbe aiutarli a pagare, magari, un affitto.
Che i prezzi degli affitti sono triplicati. Senza nessun controllo.
Che io pago, in un paesino di 500 anime, quanto Bertolaso pagava per un appartamento in via Giulia, a Roma.
La sento respirare pesantemente.
Le parlo dei nuovi quartieri costruiti a prezzi di “residenze di lusso”.
Le racconto la vita delle persone che abitano lì. Come in alveari senz'anima. Senza neanche un giornalaio o un bar.
Le racconto degli anziani che sono stati sradicati dalla loro terra lontani kilometri e kilometri. Le racconto dei professionisti che sono andati via. Delle iscrizioni alle scuole superiori in netto calo.
Le racconto di una città che muore e lei mi risponde, con la voce che le trema.
"Non è possibile che non si sappia niente di tutto questo. Non potete restare così. Chiamate i giornalisti televisivi.
Dovete dirglielo, chiamate la stampa. Devono scriverlo."
Loro non scrivono ...voi fate girare...

Grazie da L'Aquila."

- Francesca -

Credevo di essere Il tuo momento invece ero solo un cerotto.
28/05/2017

Credevo di essere Il tuo momento invece ero solo un cerotto.

"Ti ho vista la prima volta in disparte seduta ad un tavolo della biblioteca e ho capito che con te non avrei mai avuto ...
23/05/2017

"Ti ho vista la prima volta in disparte seduta ad un tavolo della biblioteca e ho capito che con te non avrei mai avuto una possibilità. Io vestito di errori, tu con quella camicetta di jeans sotto un pullover bianco, i jeans e le converse blu scuro con la caviglia alta, e la non consapevolezza di essere un qualcosa di straordinario. Ti ho cercata con lo sguardo tra gli appunti di letteratura e la pausa caffè.
Tra i tuoi occhiali con la montatura spessa e nera, e il tuo taglio corto e la lunga frangia davanti la fronte e tenuta dietro l’orecchio destro.
Un giorno che pioveva mi sono seduto a due tavoli di distanza da te e ti ho chiesto una penna, la banalità, la disperazione, l’istinto.
- Scusa.
- Si?
- Hai una penna in più?
- Si.
- Grazie.
- Prego.
- Bella penna.
- E' una bic normale.
- Eh ma fatta bene però oh.
- Mh.
- Già.
- Si.
- Una penna Byron direi eh.
Ho riconosciuto Lord Byron tra i tuoi fogli di carta, abbiamo fatto un po’ di salti sparsi qua e là nella storia, Joyce, Samuel Beckett e l’attesa infinita di Godot.
Ci siamo immersi di nuovo nelle nostre cose, dopo mezz’ora è arrivato un ragazzo al tuo tavolo, ha posato la borsa sulla sedia davanti la tua e ti ha salutato con un bacio.
Non ho più alzato lo sguardo per tutto il resto della mattinata, me ne sono andato senza guardarti, io e la presunzione di pensare che lui, chiunque fosse, non ti meritasse.
Ti ho rivisto nei giorni a seguire, un saluto, il chiederti come stai, e niente più, non sono bravo a mettermi in mezzo alle storie, io che non sopporto di essere una possibilità, ma un’alternativa migliore.
La vita continuava, nel frattempo, con le sue giornate piovose e i suoi cieli azzurri sporchi di nuvole bianche, con i caffè macchiati e le ore passate a trovare parcheggio, con gli appunti sempre più disordinati e con te sempre più bella. Ci siamo incontrati mio malgrado davanti ad un caffè nel bar di fronte la biblioteca, io che improvvisamente non volevo avere nulla a che fare con te, non ti volevo così, non volevo essere una parentesi tra un esame e l’altro, né una chiacchierata priva di senso durante le pause.
- Ciao.
- Ciao.
- Tempaccio oggi eh.
- Di m***a.
- C'è quella pioggerella maledetta e fina.
- Eh sì mi rendo conto sì già beh sei bellissima.
- Eh?
- Dico, sì, è una pioggia finissima. Terribile.
Dal chiacchierare in piedi ci siamo ritrovati seduti al tavolino rotondo e traballante, ho cercato dappertutto un tuo difetto insopportabile, un qualcosa a cui aggrapparmi, ma niente.
Qualche piccola lentiggine qua e là sul tuo naso, gli occhi maledettamente grandi e neri, un brillantino sul dente, avrei voluto che non mi piacessero queste cose, ma non potevo farci niente.
Siamo arrivati a scriverci degli sms anche fuori dalla biblioteca, lui ancora così presente, le nostre conversazioni così semplici, ho cominciato a vedere altre persone, che importanza ha?
Mi svegliavo in un letto non mio, con lei sdraiata di fianco, nuda, il lenzuolo appena sotto al seno, e io continuavo a controllare il telefono sperando che mi avessi scritto tu.
Ho deciso di darmi una possibilità e di lasciarti stare, ho vissuto le mie relazioni in parallelo con le nostre pause caffè, e ogni volta era come se realizzassi che ero insicuro su tante cose, ma non sul volerti.
Ti ho odiata quando lui ti ha lasciato, ti ho odiato perché avevi gli occhi stanchi e i capelli disordinati, perché avrei quasi voluto che tu lo avessi capito prima, ti ho odiato perché eri troppo bella per soffrire così, ed era un po’ anche colpa tua.
Non ti ho più voluta, una reazione d’orgoglio per una cosa mai avvenuta, così stupido, così immaturo, così presuntuoso, era come se tu mi avessi mollato e poi fossi tornata.
La verità è che la nostra storia non era mai iniziata, non c’era stato nessun ritorno perché nessuno era mai andato via. E allora?
E allora ho continuato a vederti, ho dato giustificazioni inesistenti a chi mi chiedeva dove fossi finito, a chi mi chiedeva perché non rispondessi ai messaggi, a chi in quel momento, forse, mi amava.
Ci siamo ritrovati una sera sul Lungotevere, e io avevo Roma davanti e non sono riuscito a dirti niente, abbiamo riso insieme e bevuto birra, ci siamo fatti prendere dal panico quando, tornando a casa, abbiamo visto il posto di blocco dei carabinieri che però non ci ha fermato, tu in preda alle convulsioni dalle risate alla vista della mia espressione piena di panico e subito dopo di immensa felicità per lo scampato pericolo.
Sotto casa tua c’è stato un momento in cui ti avrei voluto baciare, come nei film quando loro due si baciano nel punto più bello della canzone che passa alla radio.
Ma non è successo.
Sono passati i giorni, i mesi, ho mollato tutte le altre e sono stato odiato, e mi sono odiato a mia volta per il tempo perso, per aver fatto del male, per essere stato un bugiardo, per aver detto “Ti amo” cercando di convincere più me stesso che loro.
C’eri tu, nient’altro.
Ci siamo baciati il sei Gennaio a piazza Navona, tra gli artisti di strada e i lecca lecca giganti, quasi per sbaglio, quasi perché sembrava che non potesse andare diversamente.
- Mi***ia c'ho una voglia di baciarti.
- Quanta?
- Tanta che se ti baciassi e nel frattempo l'America ci dichiarasse guerra e cominciasse a bombardarci non ci farei caso più di tanto.
- Tu dici?
- Ma guarda, potrebbero pure cominciare ad esplodere i pianeti, e la borsa potrebbe crollare a picco, e le istituzioni politiche potrebbero pure essere sovvertite, mica me ne accorgerei.
- Sembra una cosa seria.
- Scherzi? È serissima.
- Seria quanto?
- Seria tipo l'effetto serra.
- 'A*z, più che seria.
- Seria come quando mi alzo la mattina e in cucina ci sono solo due gocciole, una lacrima di latte e la macchinetta del caffè da pulire.
- Seria come la guerra fredda oh.
- Di più, cioè io c'ho una voglia di baciarti che se non lo faccio entro quindici secondi mi viene un micro infarto e le f***e intercostali.
- Magari potresti farlo, anziché stare qui a pensare alle tragedie che succederebbero se tu non lo facessi.
- Dici che dovrei?
- Boh, siamo a sette secondi, vuoi arrivare preciso a quindici?
- Magari rubo un paio di secondi.
- Magari tre quattro.
- Eh già, metti che poi davvero qua scoppiano i pianeti.
- Metti che le nuove istituzioni poi proibiscono i baci.
- Non sia mai.
Ti ho vista andare sulle giostre e ridere come una bambina, cambiare modello di occhiali, farti crescere i capelli e poi tagliarli di nuovo corti perché non potevi fare a meno della comodità nell’asciugarli.
I pomeriggi a studiare, scambiarsi gli appunti, sentirti suonare il pianoforte.
Le tue sciarpe giganti, i tuoi maglioni con le maniche leggermente lunghe, il tuo viso struccato.
Io e il mio caratteraccio e la continua paura di perderti, io che non sono in grado di discutere, il tuo volto rassegnato al fatto che non sarei mai cambiato ha fatto male ogni volta.
Le cose che piano piano non vanno, io che anziché cercare di rimediare mi chiudo in me stesso, avere paura, andare sotto casa tua, cercare di incollare di nuovo i pezzi.
I perdoni, gli abbracci, le promesse di un futuro alternativo, di cambiamenti radicali che non sono mai avvenuti.
Vederti smettere di sorridere, l’abitudine, la paura di fare del male, rimediare.
Storie in bilico, cuori instabili, soffocarsi con le proprie mani, modi di essere incompatibili.
Mi hai lasciato il tredici ottobre, in macchina, sotto casa tua.
Io che non provo a fermarti, io che non ti trattengo, forse speravi che lo facessi, forse ho reso solo tutto più facile. Ho pensato più al mio sentirmi abbandonato che al tuo andartene via.
Ti ho persa per paura di perderti.
Ho trascorso ventitré giorni senza una collocazione precisa nel mondo, sono tornato sul Lungotevere ma Roma mi ha ignorato, c’era solo un forte scricchiolio di foglie secche sui marciapiedi e qualche macchina che passava veloce. Ho deciso di riprenderti una mattina di fine novembre, mentre usciva il caffè, ho deciso che la vita è già abbastanza difficile così, e che tu meriti molto di più.
Ti ho citofonato e ti ho chiesto di scendere, mi hai detto di no, ti ho pregato, e mi hai chiesto di tornare a casa. Mi hai detto che è solo un momento e poi mi passerà.
Perdere la dignità, perdere tutto, essere fragile, piangere.
Tu che scendi, in tuta, con il Colmar blu elettrico a coprirti.
Scoprirti più bella di come ti ho vista l’ultima volta.
Spiegarmi, umiliarmi, sentirmi dire che c’è un altro.
E poi di nuovo Roma, la pioggia pesante, le pozzanghere e il mio senso di vuoto.
Impazzire, guidare come un f***e, non credere in niente, odiarsi.
Ti ho scritto decine di lettere che non ti ho mai mandato, ho cancellato e riscritto migliaia di sms senza mai inviarli, sono tornato nei nostri luoghi e li ho trovati cambiati.
Hanno rimosso la nostra panchina e hanno chiuso le giostre, e a piazza Navona non ci sono più le bancarelle con le caramelle gommose e le mandorle.
Ho chiesto di te alle tue amiche, e mi hanno detto che stai bene.
Ho risposto che sto bene anche io.
Sto benissimo.
Ti sei trasferita a Milano per la magistrale e io l’ho saputo un’ora prima che partissi, ti ho chiamato di corsa.
- Ciao mi manchi.
- Ti manco?
- Eh, mi manchi.
- Come l'aria?
- Peggio.
- Tipo?
- Mi manchi come l'ultima figurina dei calciatori per completare l'album.
- Va******lo.
- Okay si, forse come l'aria.
- Okay.
- Mi manchi più di quanto mi manco io.
- Ti manchi tu?
- Si quando ero con te.
- E com'eri?
- Ah, bellissimo.
- Si?
- Non sai quanto.
- Capisco.
- Ero tipo che mi stavano bene pure le camicie bianche.
- Tu odi le camicie bianche.
- Pensa te.
- Assurdo.
- Mi manchi come David Bowie.
- Hai altre similitudini brillanti?
- Migliaia.
- Sentiamo.
- Mi manchi come alla Russia manca la democrazia
- Poi?
- Mi manchi come la Roma della stagione 2000-2001.
- Poi?
- Come il festivalbar.
- Poi?
- Come le canzoni degli 883.
- Poi?
- Mi manchi come gli anni '80.
- Ma tu non li hai mai vissuti gli anni '80.
- Esatto.
- E quindi?
- Era per dire che mi mancheresti anche se non ti avessi mai conosciuta.
- Devo andare.
- Dove?
- Lontano.
- Ma torni?
- No.
- Posso ve**re?
- No.
- Ah okay.
- Ciao.
- Ciao.
Mi sono messo al volante e ho cominciato a guidare verso la stazione, a centoventi chilometri all’ora, senza un’idea precisa, senza intenzioni definite.
Un c***o di posto di blocco mi ha agitato la paletta davanti la faccia, mi hanno fatto una multa gigantesca e fatto perdere un sacco di tempo, e Dio solo sa quanto ho pensato a quella sera con te passata a ridere per lo scampato pericolo di ritiro della patente.
Il destino, a volte.
Arrivare e vedere che il treno è già partito da sei minuti e trentotto secondi.
Passare una vita a cercare di averti, riuscirci e non essere in grado di tenerti.
Una penna nera, Lord Byron, i tuoi occhiali, una parentesi.
Una storia, un solo punto debole: io.
Un treno che fischia e un silenzioso addio."

Tommaso Fusari - Se lo hai letto tutto sei un f***e .

The end of this chapter...yours.
09/05/2017

The end of this chapter...yours.

...but, tell me, does she kiss like I used to kiss you? Does it feel the same when she calls your name? Somewhere deep i...
01/05/2017

...but, tell me, does she kiss like I used to kiss you?
Does it feel the same when she calls your name?
Somewhere deep inside you must know I miss you.. but what can I say?
Rules must be obeyed..

The Winner Takes It All - ABBA

Capisco, lui ti fa sentire una regina...ma la corona non ti si incastra nelle corna?
29/03/2017

Capisco, lui ti fa sentire una regina...ma la corona non ti si incastra nelle corna?

“L'ho lasciata andare.”“Cosa? Come avete potuto farlo?”“Ho dovuto…”“Ma perchè?”“Perchè ne sono innamorato.”- Beauty and ...
25/03/2017

“L'ho lasciata andare.”
“Cosa? Come avete potuto farlo?”
“Ho dovuto…”
“Ma perchè?”
“Perchè ne sono innamorato.”

- Beauty and the Beast -

19/03/2017
E mentre brucia lenta questa sigaretta io sto seduta qui, che non ho frettaTi ascolto, dimmi, tanto è come l'altra volta...
19/02/2017

E mentre brucia lenta questa sigaretta io sto seduta qui, che non ho fretta
Ti ascolto, dimmi, tanto è come l'altra volta
Facciamo pace a letto e non dentro la testa
Chiunque ci sentisse in questa discussione direbbe "lei cretina ma lui che gran co****ne"
Oh, quante bugie mi hai detto, dove ti ho trovato, in quale maledetto giorno t'ho incontrato
Lo sai che se ti guardo adesso non mi piaci?
Ridammi le mie chiavi, dimentica i miei baci
Non voglio più nemmeno toccare le coperte dove ti sei sdraiato, dove ti senti forte
Che cosa c'è da dire, cosa c'è da fare?
Siamo due cuori affetti dallo stesso male
Non c'è niente da dire, niente più da fare
Portati via le tue valigie, il tuo sedere tondo, i tuoi caffè
Portati via i fiori finti, la tua faccia, la tua gelosia
Vai via, portati lontano da me.
Portati via tutto questo amore che non è mai amore
E mentre brucia lenta questa sigaretta, sorrido, fingo e ti accompagno sulla porta
Io nei tuoi occhi leggo "scusa un'altra volta" poi la tua schiena si allontana quanto basta
Così ti vedo andartene su queste scale, da questo astratto amore, da questo stesso male che mi fai..
Che cosa c'è da dire, cosa c'è da fare?
Siamo due cuori affetti dallo stesso male
Non c'è niente da dire, niente più da fare
Portati via le tue valigie, il tuo sedere tondo, i tuoi caffè
Portati via i fiori finti, la tua faccia, la tua gelosia
Vai via, portati lontano da me.
Portati via tutto questo amore che non è mai amore
Portati via le tue valigie, il tuo sedere tondo, i tuoi caffè
Portati via i fiori finti, la tua faccia, la tua gelosia
Vai via, portati lontano da me.
Portati via tutto questo amore che non è mai amore
E mentre brucia lenta questa sigaretta io sto seduta qui, che non ho fretta...

- Mina -

E continuo a veder messaggi io ció che posti.Un tempo ero convinta fossero per me, poi ho capito che eravamo in molte a ...
11/02/2017

E continuo a veder messaggi io ció che posti.
Un tempo ero convinta fossero per me, poi ho capito che eravamo in molte a credere di essere uniche, o quantomeno speciali...
Eppure, nonostante tutto, quando vedo certe cose che mi sembrano forse riferite a me, poi smentite da altre molto più chiaramente legate a me, come se tu volessi dire "no, tu no, non rientri nelle cattiverie che ho scritto prima"...
Beh, lì mi rendo conto che l'uomo che ho amato è ancora lì dentro che cerca di uscire da quel guscio di apparenza che gli hai costruito intorno, e vorrei tanto poter scrivere anche io, semplicemente, "anche tu mi manchi Teddy Bear".

Non devo dimenticarti per essere felice..devo portarti dentro per essere più forte.- Jovanotti -
08/02/2017

Non devo dimenticarti per essere felice..devo portarti dentro per essere più forte.

- Jovanotti -

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